Storia della Filosofia
| Pubblicato su: | Leonardo, anno III, fasc. 16, pp. 70-71 | ||
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| Data: | aprile 1905 |

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Nel Congresso di Scienze storiche che fu tenuto a Roma due anni or sono (aprile 1903) Giacomo Barzellotti presentò una relazione sul tenia Di alcuni criteri direttivi dell'odierno concetto della storia, che restano tuttora da applicare pienamente e rigorosamente alla storia della filosofia che compare ora nel volume XI degli Atti (Roma, Loescher, 1904) insieme a molte comunicazioni di Lasson, Tocco, Stein, Chiappelli, Gentile, Orestano, Minocchi e altri molti, nostri e stranieri.
L'idea del Barzellotti si potrebbe riassumere in questa formula la storia della filosofia è funzione di quella della cultura giacche anche nella speculazione concorre «non meno che nei prodotti del genio artistico una somma di condizioni e di energie psicologiche, sociali e storiche che accompagnano e oltrepassano l'opera logica intenzionale degli individui, e si celano dietro a lei e ne fanno, in sostanza, il risultato o, meglio, l'esponente di una grande opera collettiva.» (p. 5) Ed esso ricorda le idee di W. Dilthey, secondo le quali i sistemi filosofici sono «non più che opere d'arte, capolavori del pensiero, il cui contenuto di verità dev'essere misurato solo dall'ampiezza e dalla profondità della visione, che hanno avuto delle cose e della vita le menti geniali onde sono usciti.» (p, 5) Si tratta insomma del metodo di Taine portato dalla storia letteraria in quella filosofica, e noi ci accordiamo col Barzellotti nel dire che la filosofia non può venir considerata al di fuori della vita che l'ha fatta sorgere. Ma il Barzellotti ha lo stesso difetto del Taine: dà troppa importanza all'ambiente esterno, alle condizioni storiche, politiche, etniche e scientifiche, e non ne dà abbastanza alla vita individuale, personale, da cui esce soprattutto la filosofia. Giacchè si può ripetere per i filosofi quello che fu già detto per gli artisti: come non basta vivere nell'Italia del XVI secolo per fare la Cappella Sistina così non basta vivere nella Germania del XVIII per fare un Kant. Se bastasse, per esser filosofi, soltanto ricevere, molte brave persone sarebbero state capaci di scrivere la Recherche de la Verité o il Welt als Wille und Vorstellung. Il Barzellotti riconosce bene che bisogna penetrare, sotto ai sistemi, «sino agli abiti e alle forme di menti individuali che vi si improntano.» (p. 9) Ma non insiste troppo sull'altra parte: pensa al terreno di cattura e non alla pianta. Più vicina al mio pensiero è la concezione che della filosofia si faceva quel raro spirito di Walter Poter. Per luì essa era, scrive il Symons, «una cosa viva, drammatica, con personalità e lotta di temperamenti: una dottrina, secondo lui, dev'essere riguardata come un frammento vivo di uno spirito umano e non come un ammasso di parole aride, nè come una ragione sprovvista di corpo.»
Ma se non concordiamo in tutto col Barzellotti, ancor troppo affezionato al tainismo, abbiamo con lui comune il nemico: la storia della filosofia considerata come pura deduzione logica. È già molto,
Idee un po' simili a quelle del Barzellotti espone anche GIUSEPPE ZUCCANTE in un suo scritto sulla Storia della Filosofia e storia della Cultura ch'è il primo dei saggi da lui riuniti da poco col titolo: Fra il pensiero antico e il moderno (Milano, U. Hoepli) nel quale si diffonde sui contatti che ci sono tra la filosofia, la letteratura e la scienza concludendo che «La storia della filosofia è perciò insieme storia de sapere e della cultura, storia in largo senso del progresso e della civiltà.» (p. 44) Codeste idee riappaiono qua e là nel libro il quale è composto di tre gruppi: di studi di filosofia greca (Socrate, Platone, Democrito, Epicuro, Zenone) di filosofia dantesca (i simboli filosofici nel Convivio e nella Divina Commedia) e di filosofia inglese moderna (Stuart Mill e Spencer). Mentirei se dicessi che codesti saggi non valgono niente. C'è della diligenza, c'è della serietà, c'è della cultura, per quanto spesso non diretta. Ma, ahimè! quanta freddezza e quanta poca personalità, malgrado il frequente tono oratorio! Si tratta dei soliti lavori nati in ambienti accademici o semi accademici, composti per riviste autorevoli o per commemorazioni d'illustri, e hanno tutti quell'aria uggiosa e agghindata che comincia a seccare anche i filosofi più austeri.
Allo stesso genere di libri appartiene quello che il Dott. A. L. MARTINAZZOLI ha intitolato La Teorica dell'individualismo secondo J. Stuart Mill (Milano, U. Hoepli, 1905). Anche il Martinazzoli è pieno di buona volontà e di serietà, anch' egli ha la fortuna (o non piuttosto la disgrazia?) di aver letti molti bei libri, anch'egli mostra conoscere abbastanza bene il suo soggetto. Ma il povero lettore che abbia il coraggio di leggersi le 348 pagine del libro non incontra mai un'idea suggestiva, una veduta nuova, un atteggiamento personale e rinnovatore. Trova delle osservazioni sensate, delle critiche giuste, dei ravvicinamenti esatti, dei riassunti scrupolosi espressi nella solita prosa decente e pedante delle produzioni accademiche ma niente di più. E ormai ci sembra che sia troppo poco.
Almeno EUGENIO RIGNANO studiando La sociologia nel corso di filosofia positiva di Augusto Conte (Palermo, Sandron, 1904) cerca di non fare semplicemente un'opera di storia ma anche di critica e di teoria, e prende occasione dal Comte per vedere cos'abbia fatto e cosa possa fare la sociologia. Per quanto egli ammiri il pontefice del positivismo pure non può fare a meno di dichiarare che la concezione della sociologia comtiana è «quella stessa della più genuina filosofia metafisica della storia, E di questa, oltre l'insuccesso stesso più completo, ritiene tutti gli inconvenienti.» (p. 87) Il Rignano non è amico delle formule unitarie che vogliono spiegare tutta la vita sociale e perciò rigetta il concetto del Comte «che la sociologia possa riassumersi e consistere in una sola formula evolutiva, qualunque del resto essa sia.» (pag. 109). Il Rignano, poi, non sostituisce a questo monismo sociologico che un po' di eclettismo prudente, ma il suo diligente libretto dimostra di essere un po' più pensato di tanti alti che si leggono e hanno fortuna.
GUGLIELMO EVANS, noto ai lettori dei giornali quotidiani come mediocre volgarizzatore di attualità scientifiche, ci dà una traduzione del Tao-te-King, dì Lao-tse (Il Libro della Via e della Virtù, Tonno, F.11i Bocca, 1905) la quale mi ha un po' stupito, perchè ci si trovano delle parole e frasi così schiettamente e modernamente europee (ad es. evoluzione, parallelismo, solidarietà, organismo sociale, automatismo, utilizzabilità, razionalizzazione, benessere generale, arrivismo, fenomenalizzazione, la società è un fenomeno energetico, ecc., ecc.) che io non riesco a persuadermi che si tratti proprio di una traduzione diretta dal testo cinese. Mi pare che il buon Lao-tse sia passato, prima di arrivare all'egregio Evans, attraverso a qualche concittadino di Condillac, o di Stuart Mill. In ogni modo non mi pare che noialtri Europei possiamo imparare molto dal Tao e soprattutto da una traduzione. Come
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sistema esso ha l'aria di uno di quei monismi astratti che disprezzano il particolare e l'individuale e che si traduce in pratica in una specie di stoicismo fondato sul precetto del non fare. Ma chi è sicuro che il buon fanciullo vecchio abbia voluto dir questo! Il senso delle parole generali è tanto diverso per noi e per i cinesi che c'è il caso che il dotto Evans, o chi per lui, abbia inteso spesso il contrario di ciò che sta scritto nel testo del Tao-te-king.
La parola Sing, per esempio, che gli Europei traducono semplicemente Natura, racchiude per i cinesi il significato di anima del mondo, di regola, di ordine, di principio del bene. Una traduzione europea, per essere esatta, dev'essere lunga tre volte almeno l'originale.
È bene sapere a questo proposito che una raccolta di ventidue filosofi cinesi stampata nel Ce-kiang tra il 1876 e il 1878 è composta di 83 volumi e aspetta ancora un Evans.
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